Binotto vuota il sacco…

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Binotto vuota il sacco...
Mattia Binotto, team principal Scuderia Ferrari

Binotto vuota il sacco


L’autista apre la portiera posteriore destra. Mentre scendo dalla vettura, con un sacco di denti in bella vista dice: “Buona giornata signore” – “Altrettanto” mi limito a rispondere con il solito fare abbottonato, frutto dell’educazione svizzera ricevuta in adolescenza. Dopo essermi lasciato alle spalle un arco, mi ritrovo a quattrocchi con una porta di legno verniciata di rosso che si affaccia su un cortile interno. Entro e salgo le scale. Lungo il corridoio altre file di denti incrociano il mio sguardo. Tutte intente a compiacermi. Replico al rispetto incondizionato di queste figure grazie a dei cenni con la testa. In fondo al vialetto interno vedo una porta vigilata da un individuo. 

Entro. Mi siedo e vuoto il sacco: “Credo che il campionato lo abbiamo perso l’anno scorso durante la fase di progettazione della nostra monoposto” anticipo, prima ancora di essere interrogato. L’interlocutore sta al gioco, picchiettando concitatamente una vecchia penna stilografica sulla scrivania. Poi mi fissa… esortandomi con un gesto a proseguire. “Esistono varie ragioni per l’inizio stagionale non competitivo” confesso, mentre il piede destro inizia a muoversi su e giù freneticamente sfogando la tensione. Faccio una pausa, schiarisco la voce e aggiungo: “Il progetto della vettura non era sufficientemente buono per iniziare…”

Binotto vuota il sacco...

Allentandomi la cravatta, cerco un momento di conforto distogliendo lo sguardo dall’ascoltatore. Sono le 12.27 e non si sente nemmeno un rumore. Il ticchettio delle lancette del grande orologio a pendolo attira la mia attenzione. Dopo una decina di tic-tac, il mio sguardo si accorge di me sull’altra parete grazie ad uno specchio. Ci guardiamo a vicenda e non ci piace quello che vediamo. Indosso una camicia blu costosa, mentre un nuovo paio di pantaloni grigio scuro copre uno stivaletto corto alla moda. Il viso è contratto dall’ansia. Faccio un respiro lento e molto lungo. “Ok… lo sviluppo e la concezione della nostra vettura non sono stati buoni come quelli del nostro competitor principale” confesso sfidando la sfinge di fronte a me. Prendo coraggio: “Nella stagione, intensa nel suo svolgimento, abbiamo riorganizzato e ristrutturato la squadra, cercando di migliorare la macchina. Almeno a un certo livello penso che ci siamo riusciti”.

La situazione, finalmente, è sopportabile. Liberandomi dell’angoscia, una brusca ma piacevole sensazione pervade il mio corpo. Un barlume di tranquillità fa capolino tra le mie sensazioni. Afferro il drink servitomi in precedenza da una donna molto gentile, con la mano destra. Roteando il bicchiere faccio tintinnare il ghiaccio mentre incontro nuovamente gli occhi della “controparte”. Avrei voluto dire tante cose ma i sogni di una vita scorrono troppo veloci di fronte a me. Mentre lo penso, il grande orologio di prima desta ancora una volta la mia attenzione. Il suono emesso per marcare i trenta minuti dopo le 12 mi riporta alla realtà. Lo sguardo impallato, non più assopito nella riflessione, mette a fuoco la scrivania.

Binotto vuota il sacco...

Poi, continuando a perorare “la causa” aggiungo: “Non servono grandi cambiamenti. Si tratta solo di esperienza. Specialmente nei ruoli chiave siamo una squadra nuova. La curva di apprendimento è molto ripida. Sono certo che gli errori cesseranno”. Le mie parole sembrano aver “toccato” in qualche modo la figura davanti a me. O perlomeno quella è la mia impressione. Gli occhiali da sole scuri nascondono un naso ingombrante, ma lasciano intravedere un’espressione interessata. Ce ne stiamo lì a guardarci senza vederci. Ognuno indaffarato nelle proprie considerazioni. D’un tratto apro ancora la bocca: “Conosciamo i nostri punti deboli. Stiamo lavorando per risolverli”. Queste parole mi creano sconforto. Quasi spavento. “È tutto relativo” aggiungo. “Non ho idea di quale situazione si presenterà all’inizio della prossima stagione” dico con la voce rotta dall’emozione. E aggiungo, quasi sulla difensiva: “Ora, nessuno può saperlo”.

Mi alzo avvicinandomi alla finestra. La gente là fuori non aveva idea di quello che stava succedendo. Erano tutti troppo indaffarati nel proprio lavoro. “La cosa più importante è che la squadra resti unita e concentrata. Lavorare sodo con la motivazione alta” aggiungo. Mentre esco dalla stanza un cenno di approvazione dà un senso all’incontro. D’altronde, lui, era un tipo di poche parole. “L’unica cosa che serve all’uomo è la speranza. È la mancanza di speranza che affossa un uomo” dice. Lo sapevo bene. Lo avevo provato sulla mia pelle. 

Stropicciandomi gli occhi intravedo sulla sinistra, appeso al muro, un grande stemma giallo con una figura nera al centro. Mi tiro su, restando a cavalcioni sul letto. Le gambe sono troppo corte per toccare il suolo. La radiosveglia analogica marca le 5.07 del pomeriggio. Afferro gli occhiali sul comodino e sbadigliando rifletto sulla favola vissuta nel pisolino. Non è la prima volta che sogno di essere grande. Oramai, quando mi capita, riesco quasi a collegare i sogni tra loro come se fosse un futuro scritto. In qualche modo, bussa nella mia mente regalandomi uno sguardo furtivo sul futuro. Esco dalla stanza e mi dirigo verso la cucina mentre lo scricchiolio del legno accompagna i miei passi. Mi siedo sulla panca a due posti che forma un tutt’uno con il tavolo. La grande massa d’acqua piatta del Lemano risiede al di fuori della finestra, lambendo i contorni delle terre circostanti.

Binotto vuota il sacco...

La intravedo attraverso le tendine merlettate mentre faccio merenda. Poi, guardo la porzione di muro piastrellato tra i pensili e la cucina a gas bianca. La fantasia a fiori psichedelica proprio non mi piace. Lo penso sempre. La mamma dice che è l’ultima moda, ma io non me la bevo. Figuriamoci la carta da parati. Pure quella con un motivo a fiori che copre la parte di fronte…Bleah!

Allungando la mano spingo una levetta e accendo la radio a transistor appena comprata da papà. In teoria mi è proibito usarla quando sono da solo ma, proprio perché non c’è nessuno, lo faccio. Poi corro in sala e apro la credenza. Prendo il vecchio cestino della merenda che usava mamma quando andava a scuola. Da un po’ si è trasformato nel rifugio delle mie macchinine. Torno in cucina, lo apro e lo capovolgo facendone cadere a terra tutto il contenuto. La mia favorita è una macchina rossa con il numero 12 e la bandiera austriaca stampata di lato. Papà mi ha detto che ha vinto un campionato del mondo di Formula Uno. Guardo la vettura e penso: “All’epoca c’era l’effetto suolo che generava una bella spinta verticale. Inoltre si potevano cambiare tutte le parti meccaniche senza penalità… che bello. Tutto tace, ma qualcosa stona. Mi sveglio per la seconda volta. In Italia. Guardo l’orologio e penso: “sono in ritardo per un’intervista con un settimanale tedesco…”

Autore: Alessandro Arcari @BerrageizF1

Foto: Ferrari

1 commento

  1. nel 1975, anno in cui Lauda vinse il mondiale con la 312T non si parlava ancora di effetto suolo, il concetto fu introdotto dalla Lotus nel 1978..

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