Schumacher e Hamilton vincenti grazie all’auto? La verità è un’altra…

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Ormai ci siamo, il week end del Gran Premio del Giappone è alle porte. In terra di Samurai sono state scritte pagine di storia indelebili, lunghi poemi che hanno per protagonisti nomi eccellenti della Formula Uno, da James Hunt a Nelson Piquet passando per Ayrton Senna ed Alain Prost. Per finire agli eroi contemporanei: Sebastian Vettel e Lewis Hamilton che di edizioni dell’appuntamento nipponico ne hanno vinte, rispettivamente, quattro e cinque. E poi c’è lui, il dominatore assoluto del Sol Levante: Michael Schumacher che, nel 2000, proprio a Suzuka, si impose riportando a Maranello un titolo che mancava dal 1979. Il fuoriclasse di Kerpen guida, dall’alto delle sue sei affermazioni, la classifica all-time del Gp del Giappone. Hamilton, dunque, potrebbe affiancarsi al tedesco in caso di vittoria. Il che alimenterebbe il continuo paragone tra i due. Confronto che spesso fa storcere il naso ma che viene operato poiché parliamo dei due campioni più vincenti di sempre.

Quando si è un punto di riferimento, si sa, si diventa oggetto di attente analisi, critiche ed esegesi. Insomma, Schumacher ed Hamilton, in virtù di un palmares particolarmente pingue, sono sovente sotto i riflettori, tramutandosi in casi di studio da snocciolare, rimasticare ed offrire al pubblico. Stavolta è il turno di Jacques Villeneuve, un tipo dal piede pesante e dalla lingua tagliente, di esprimere la sua legittima e provocatoria idea sui due piloti che, a quanto pare, sono accomunati da uno strano destino: aver vinto troppo a bordo di monoposto iconiche.

Schumacher e Hamilton vincenti grazie all'auto? La verità è un'altra...
Jaques Villeneuve in versione opinionista per Sky Sport

Hamilton e Schumacher hanno vinto soltanto quando hanno avuto la macchina migliore” ha esordito il canadese entrando verbalmente a gamba tesa. E, non contento del fallo da tergo, ha rincarato la dose: “Questi due hanno sempre potuto contare su una monoposto più efficienti delle altre. Se metti Hamilton sulla Williams non vince“. Parole non filtrate, che si basano su fatti concreti, ma che hanno bisogno di essere precisate. Il primo titolo di entrambi, infatti, fu acquisito con una monoposto che alla fine della stagione non avrebbe vinto il mondiale. La Benetton, nel 2004, dovette inchinarsi alla Williams che alternò quattro piloti (Hill, il compianto Senna, Mansell e Coulthard); la McLaren del 2008 abdicò in favore della Ferrari F2008 di Massa e Raikkonen. Anche in questa curiosa statistica, che di fatto smentisce la teoria postulata da Villeneuve, Michael e Lewis sono accomunati.

Naturalmente, e non vorrei scadere nel banale, è una circostanza naturale quella secondo cui un pilota porta a casa l’alloro che conta guidando una vettura dominante o, generalmente, più performante delle concorrenti. Basterebbe fare un rapido controllo statistico per avvedersene. A questa “legge” non sfuggono di certo Hamilton e Schumacher che hanno conquistato, rispettivamente, sei e (quasi) cinque titoli con quel mezzo meccanico che alla fine delle ostilità primeggia nella classifica costruttori.

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Michael Schumacher al volante della Benetton B194 motorizzata Ford

Ciò che andrebbe approfondito, però, è una questione poco spesso dibattuta: quanto un pilota contribuisca a creare una team vincente. Bisogna, in soldoni, ribaltare la prospettiva: e se una macchina diventasse dominante anche grazie a particolari doti di un determinato driver? Anche in questo caso non c’è una legge generale, ma la storia fornisce qualche prova a supporto di questa visione. La Benetton nella quale approdò Michael era tutt’altro che una scuderia vincente. Idem per la Ferrari. Tanto che il tedesco impiegò cinque anni per ottenere il primo titolo. Ma è chiaro che portò una metodologia di lavoro che – ovviamente non da sola – aiutò la squadra a crescere ed aprire un’era di trionfi che solo quest’anno la Mercedes riuscirà ad eguagliare.

Stesso discorso si faccia per Hamilton. Il team di Woking vinse l’ultimo titolo piloti nel 1999, con Mika Hakkinen, un altro conducente che non lesinava mai l’affondo sul pedale dell’acceleratore. Con l’arrivo di Hamilton, nel 2007, la McLaren ritorna a competere per il titolo piloti (che perderà per una guerra intestina, mal gestita da Ron Dennis, tra il britannico e Fernando Alonso) e si aggiudica il costruttori che sarà poi revocato per la famigerata spy story ai danni della Ferrari. Dopo 12 mesi Hamilton, in un rocambolesco e fin troppo chiacchierato Gp del Brasile, otterrà al suo primo titolo piloti, l’ultimo per il team di Woking. Nel 2013 Lewis passa alla Mercedes. Dopo un anno avrà avvio una striscia di vittorie che lo sta portando ad essere “esacampione” del mondo. Coincidenze? Forse. Ma è evidente che piloti talentuosi e capaci di intuire verso quale direzione vada lo sviluppo di una macchina siano una risorsa per un team. Che trova agevolato il compito di imporre la propria legge.

E’ lo stesso Villeneuve che, in un passaggio successivo, sottolinea questo aspetto: “Hamilton è estremamente bravo e ha sempre preso la decisione giusta quando si è trattato di scegliere il team. In McLaren è stato abile a costruire una squadra intorno a sè“. Discorso analogo può evidentemente farsi in relazione al trasferimento di Schumacher alla Ferrari. Piloti con un carisma spiccato hanno, tra l’altro, la capacità di creare un contesto lavorativo che sublima l’operato dello staff che ruota loro intorno. Questo, naturalmente, non sminuisce la mole di investimenti economici e di capitale umano che fecero, a metà anni Novanta, la Ferrari e, a inizio anni Dieci, la Mercedes.

Un team vincente, per farla breve, ha bisogno di un pilota vincente. E’ vero che Schumacher, prima, e Hamilton, poi, hanno fatto affidamento su squadre praticamente perfette. Ma ci si dovrebbe domandarsi perchè proprio loro abbiano trionfato a bordo di auto migliori della concorrenza e non i compagni di squadra (unica eccezione è Rosberg che 2016 tenne a bada l’inglese in una stagione nella quale, comunque, vinse meno del “44“, perseguitato dalle rotture meccaniche nei momenti chiave).

Schumacher e Hamilton vincenti grazie all'auto? La verità è un'altra...
Lewis Hamilton a colloquio con Peter Bonnington

In definitiva, dimostrare il teorema secondo cui determinati piloti hanno vinto grazie a macchine-razzo è come aprire il rubinetto contrassegnato dal bollino rosso e vedere sgorgare l’acqua calda. La Formula Uno è uno sport di pacchetto: pilota, auto e team sono aspetti che non possono essere scissi. Sono elementi saldati tra loro, indistricabili. Una catena dalle maglie strette. Piuttosto bisognerebbe, una volta tanto, porre l’accento su come un singolo driver, si chiami Fangio, Ascari, Clark, Lauda, Senna, Prost, Vettel, Hamilton o Schumacher, sia stato capace di contribuire a quell’alchimia unica che è il conseguimento di un titolo mondiale. Il campione crede fermamente di poter, da solo, spostare gli equilibri. Tante sono le dichiarazioni in tal senso fatte dai protagonisti nel corso degli anni. L’ultima, in ordine cronologico, arriva proprio dall’alfiere della Mercedes che, chiudendo le porte ad un ipotetico passaggio alla Ferrari, si diceva convinto di poter creare una squadra vincente anche a Maranello. Così come sostiene d’aver fatto in Mercedes (link).

Tornando a Villeneuve, che ha esteso il discorso fatto su Hamilton e Schumacher a Prost e Senna, va ammesso che ha goduto di un team e di una vettura al massimo dell’efficienza per mettere in bacheca il campionato 1997. Non me ne voglia il buon Jacques, ma la vittoria di quell’unico titolo è arrivata non solo per le sue spiccate doti di pilotaggio, ma anche perchè poggiava il sedere su un gioiello tecnologico che rispondeva al nome di Williams FW-19. E forse il canadese non fu in grado di aprire un ciclo perché era manchevole di quelle doti che invece hanno consentito a Schumacher, Hamilton, Vettel, Senna, Prost e chi per essi di aprire epoche sportive indelebili. E mi perdoni il canadese se sono stato volutamente acido nella chiosa.

Autore: Diego Catalano@diegocat1977

Foto:
– Alessandro Arcari – @berrageizf1
– Mercedes, Benetton, F1

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