Vettel e l’abuso dell’espressione “crisi psicologica”

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Dopo Silverstone, con il tamponamento ai danni di Verstappen, le parole “Vettel e crisi psicologica” sono parse inscindibili un po’ ovunque. Si è percepito un disinnamoramento diffuso ai danni del pilota tedesco: l’approccio dominante, sia sui social che nei discorsi faccia a faccia, era infastidito, disgustato, quasi rassegnato ad uno che “Tanto sbaglia sempre”. Sono la prima a dire che il driver di Heppenheim abbia dimostrato dei limiti reali e ripetuti, soprattutto negli episodi di lotta serrata, corpo a corpo, con gli avversari, ma l’atteggiamento collettivo è stato ingeneroso. Vettel e l’abuso dell’espressione “crisi psicologica”. Eccesso che andrebbe ridimensionato.

Cerco di spiegare cosa intendo: Vettel è un quattro volte Campione del mondo, la replica potrebbe essere che ha vinto negli anni d’oro di Red Bull, ma resta il fatto che il tedesco è titolare di 4 iridi che non possono di certo essere ridotti a tale motivazione, a cui oltretutto ultimamente non viene dato gran peso, se non trasformandoli in aggravante per le mancate performance. Ciò dimostra quanto la mentalità corrente tenda a giudicare basandosi sull’attualità, scordandosi la memoria: un ossimoro, “Memoria dimenticata”, che ben rende il concetto imperante che si valga quanto l’ultima gara o, al massimo, recente insieme di gare disputate. Un approccio che, forse impopolarmente, non condivido: le storie sono fatte di fasi, di complessità, di processi progressivi e conseguenti, è riduttivo raccontarne solo l’ultima parte, parziale per forza di cose. La girandola di piloti in Red Bull, di cui Gasly è solo l’ultimo esempio, è dimostrazione esattamente di questo: il valore del momento assurto ad assoluto determina promozioni e bocciature senza dar il tempo di maturare ed evolversi.

Hockenheim: il circuito del destino

In un’epoca in cui social, internet e canali tematici compongono lo scenario di un dibattito potenzialmente non stop, l’esigenza di trovare spiegazioni rapide per alimentarlo è diventata enorme. E’ comprensibile, ma serve la consapevolezza che estremizzare la lettura dell’oggi penalizza la visione d’insieme e può rivelarsi, quindi, ingannevole: con Vettel e la sua psicologia, per me è accaduto proprio questo. L’interiorità e le modalità di reazione sono qualcosa di profondamente soggettivo e quindi una flessione di risultati con errori annessi, non dovrebbe portare sempre alla conclusione di un malessere a livello di feeling psicologico, altrimenti si rischia di far diventare il concetto una scatola dai contenuti simili per tutti, buona per essere tirata fuori in momenti difficili.

La realtà è spesso più complessa e sfaccettata e passa sia attraverso le parole dell’interessato che, ancora una volta, dal suo storico: tanto quanto sono stati reali gli errori, lo è altrettanto la dimostrata capacità del tedesco di subirne l’impatto moralmente negativo al momento per poi lasciarseli alle spalle. Si guardi alla gara di Vettel ad Hockenheim, pienamente esplicativa su tale aspetto più di mille parole e che fortemente strideva col racconto di un pilota in profonda crisi con se stesso. Il dato di realtà è che la SF-90 è stata un enigma sino all’altro ieri nei suoi comportamenti e reazioni a piste, cambi di assetto e aggiornamenti e che nella caratteristiche di base si adatta, come già accaduto con Raikkonen, più a quelle di guida di Leclerc che alle sue.

Attenzione, non voglio giustificare Sebastian, perché c’è stata gente, come Senna nel’ 93 e Schumacher nel ’96, capace di vincere ripetutamente con vetture inferiori rispetto alla concorrenza, ma solo cercare di consegnare una visione più a 360 gradi, che faccia capire quanto certe etichette possano risultare parziali, tirate un po’ via e come, viceversa, restino poi nell’impressione collettiva penalizzando eccessivamente l’immagine di un pilota. Vettel non è stato all’altezza delle aspettative in Ferrari, sono io la prima a dirlo, vero però anche che le rosse che ha guidato non erano ai livelli della Mercedes e c’è quasi sempre stato da inseguire a livello tecnico, ma le delusioni vere da parte di Sebastian sono arrivate in episodi che parevano lotte alla sua portata.

Questo però non è spiegabile solo con una crisi psicologica, che non ha trovato conferma nella reazione, ma con una fase difficile e più complicata del previsto, di quanto ossia decise di approdare in Ferrari, della sua carriera. Un progetto che, nonostante gli sforzi del team, fin qui tecnicamente gli si è adattato poco, di cui si è trovato a reggere peso ed aspettative dentro difficoltà di peso, con monoposto sempre inferiori, quindi da spingere ad un limite (che diventa più rischioso di conseguenza) e in una squadra che negli equilibri è stata profondamente stravolta dalla prematura scomparsa di Marchionne.

Si è detto molto anche sul fatto che Vettel soffra Leclerc: la storia dimostra che Seb non si trova a suo agio con un compagno giovane ed arrembante, si veda il 2014 con Ricciardo, ma è realtà che non c’è stato alcun episodio realmente clamoroso fra i due fin qui, Vettel condivide tutte le informazioni con il monegasco, anche quelle sulla strategia durante la gara per cercare di fare gioco di squadra, cosa evidente nell’ultimo GP in cui fra i due ferraristi si è anche vista competizione, sana e legittima, direi, con un Vettel determinato. Tutto il resto sono illazioni, ipotesi, fumogeni buttati per arricchire la scena; quanto e se Charles lo infastidisca in testa, lo sa solo lui, come è giusto sia: ma quello che si vede, è più uno stimolo a spingersi che qualcosa di negativo a livello morale.

Ecco, forse questa storia dell’abuso dell’espressione crisi psicologica può ben disegnare la sfida dell’informazione di oggi: in uno scenario mediatico invaso dai social, dal giudizio netto, immediato e di pancia, il dovere, seppur difficile anche per chi vi scrive, è distinguersi non elevando impressione a certezza, ma mantenendo un equilibrio in cui a prevalere sia sempre l’insieme variegato dei fatti, anche se a volte ciò può voler dire essere meno sensazionalisti e “cliccabili” in un tempo che vive più d’effetto che di sostanza.

Autore: Elisa Rubertelli@Nerys_
Foto: Ferrari

1 commento

  1. purtroppo oggigiorno i titoli delle testate web di qualsiasi genere vengono pensati unicamente per avere più click possibili al fine di avere introiti dalle pubblicità un esempio bene un servizio meteo con titoloni “meteo terroristici generalizzati”. tornando al suo articolo, condivido pienamente

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