Mick: nel nome del padre

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La F1 è ancora in attesa di riprendere le ostilità, cosa che avverrà la settimana prossima a Spa, in Belgio. Il posto è di quelli che hanno scritto, a più riprese, la storia di questo magnifico sport. Addirittura si tratta di un luogo magico per alcuni piloti. Come ad esempio per Michael Schumacher per il quale Spa Francorchamps è stato il luogo del destino: qui ha debuttato quasi casualmente con la Jordan, nel 1991; qui ha vinto la sua prima gara in F1, l’anno successivo, con la Benetton, e sempre qui ha ottenuto il suo settimo e ultimo titolo mondiale, nel 2004, con Ferrari. Chi punta a scrivere una pagina di storia è suo figlio Mick, nel nome del padre, che in questo 2019 milita nel campionato propedeutico della F2. A Budapest, dopo essere partito dalla pole grazie alla griglia invertita per i primi 8 di gara 1, il figlio d’arte è riuscito ad agguantare il primo trionfo. Una vittoria che ovviamente ha fatto subito scalpore, tant’è che i notiziari hanno dato più risalto a questa gara che a quella della F1. Un GP che ha emozionato molto l’intero Circus.  Sarà vera gloria?

Mick ha sempre avuto bisogno di un anno di apprendimento

Inutile dire che Mick, per tutta la sua carriera, ha dovuto subire una pressione che agli altri giovani non è mai stata riservata. Portare il nome di Schumacher in pista può sembrare un vantaggio, dato che ti permette di avere sempre diverse porte aperte, ma alla lunga è uno svantaggio perché tutti si aspettano che il ragazzo faccia le magie di suo padre Michael. Fin dal suo debutto nella F4 tedesca, Mick si è visto circondato da ondate di giornalisti, quando sappiamo benissimo che solitamente queste categorie sollevano poco interesse. Ovviamente, se di cognome fai Schumacher e tuo padre ha vinto 7 mondiale e 91 gare, le aspettative sono molte alte e se non vinci subito rischi di prenderti tantissime critiche ingenerose. Come già successo al tedesco in questa prima parte di campionato.

Tagliamo la testa al toro: Mick Schumacher non è un fenomeno alla Verstappen o Leclerc, ma nemmeno un brocco: ognuno ha bisogno di un suo tempo di adattamento. Se il monegasco, ad esempio, è stato in grado di andare subito forte fin dalla prima gara, al giovane tedesco serve sempre un anno di adattamento nel nuovo campionato per poi puntare al titolo nel secondo anno. È successo sia nella F4 tedesca che nella F3 europea. E stesso discorso per la F2. Anche quest’anno è partito in sordina, ma pian piano sta prendendo mano con la categoria e le sue prestazioni stanno aumentando di livello. Un secondo anno di F2 può fargli più che bene, soprattutto se gli porterà il titolo, senza mettergli ulteriori pressione che non è mai cosa positiva per un pilota. Intanto arriva Spa, la pista preferita di suo padre ma anche dove lo stesso Mick vinse gara 2 in condizioni miste, lo scorso anno. Vittoria che ha dato il via alla lunga rincorsa che lo ha portato a superare Ticktum laureandosi campione europeo di F3.

Ha già rotto il ghiaccio a Budapest il giovane Schumacher e la sua carriera insegna che gli ci vuole tempo per adattarsi. Ma quando inizia a vincere non si ferma più. Chissà se avremo una riprova a Spa, chissà se vincerà ancora. Nel nome del padre

Autore: Mattia Maestri – @mattiamestri46

Foto: Scuderia Ferrari e Mick Schumacher

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