Enzo Ferrari, 31 anni dopo.

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In una sonnacchiosa vigilia ferragostana, 31 anni fa ci lasciava, in punta di piedi, quel vulcano che aveva fatto del rumore meccanico (per quanto armonioso come quello di un 12 cilindri) la sua quintessenza. Uno “scherzo” postumo ben riuscito nel viscerale rapporto di odio-amore fra Enzo Ferrari e la stampa.

Per Enzo Ferrari esisteva solo la Ferrari. O meglio la Ferrari di Enzo Ferrari.

Come dargli torto. Se l’era inventata lui quella cosa rossa con quattro ruote che ogni bambino avrebbe disegnato pensando ad un’auto da corsa, quella realtà che ci invidia tutto il mondo.

Non so se, ora, quella Ferrari sia la stessa sua Ferrari. I tempi cambiano, le fabbriche e le aziende sopravvivono ai loro fondatori. Certo, se si allontanano troppo, periscono. Questo ci insegna la Storia. Sportivamente la Ferrari è ancora la Ferrari di Ferrari, perlomeno allo stato potenziale. Ma politicamente non vale un’unghia della Ferrari di Ferrari, inutile nasconderlo. Così com’è la sua strana, ultima nata, la SF90: fragile e altalenante, un continuo “vorrei ma non posso”. Ma lasciamo perdere, per ora. Torniamo a lui.

Ferrari è stato dipinto in tanti modi, belli e brutti. Alcuni apologetici, altri orribili e ingiusti: “Saturno che divora i suoi figli”, come lo definì nel 1958 l’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede (dopo una serie di gravi incidenti nelle gare automobilistiche).

Era un grande uomo. Geniale e cocciuto. Ma era anche un uomo profondamente tormentato, come si può ben comprendere leggendo “Ferrari Rex”, la definitiva (per me e non solo) biografia su Enzo Ferrari, scritta da Luca Dal Monte.

Alla fine probabilmente lui stesso ci ha dato davvero il senso di ciò che era, fra le tante cose che ha scritto. Il Drake, infatti, nonostante una carriera scolastica finita anzi tempo, scriveva molto bene e si era formato una notevole cultura da autodidatta. Si definiva “agitatore di uomini e talenti”. Se agli uomini dai un sogno, quelli faranno l’impossibile per realizzarlo. Lui per primo era un sognatore. Aveva una mente artistica (che cos’è l’artista se non un sognatore?) che prestò alla tecnologia. Come Steve Jobs con la Apple (ci torniamo).

Non so se avete mai letto quel pazzo visionario (un altro) di Philip Kendrick Dick. In uno dei suoi tanti, folli romanzi, “Ubik”, i morti non sono proprio morti. Cioè muoiono, alla fine, ma per un po’ la loro essenza resta “congelata”, in una sorta di “semi-vita” ed i parenti e amici possono andare da loro a parlare per chiedere consigli.

Immaginate se, oggi, potessimo andare a trovare per qualche minuto Enzo, cosa ci potrebbe dire e cosa magari avrebbe deciso in questi ultimi decenni.

Come per tutti gli uomini-archetipo che hanno plasmato la realtà con la loro presenza, che hanno “deformato” lo spazio-tempo attorno a loro (anche in questo Jobs era molto, molto simile nell’essenza a Enzo), che hanno influenzato e continuano ad influenzare la realtà odierna ed a stimolare la nostra curiosità, ognuno si è formato la sua versione particolare di Enzo. Uno, dieci, centomila Enzo Ferrari.

Io dico la mia, e magari sbaglio. Premessa: mi riferisco non al Ferrari della senescenza, che giocoforza non poteva avere più il diretto controllo (la forza e la volontà) di agire e di “agitarsi.” Gli ultimi anni sono quelli della decadenza dell’uomo, come è inevitabile che accada per chiunque. D’altronde il “Commendatore”, al tramonto della sua vita conobbe la sua Ferrari fragile e debole quasi come mai era accaduto precedentemente.

Io mi riferisco al Ferrari vulcanico della maturità piena, della consacrazione definitiva.

Credo che, a parere richiesto, Enzo Ferrari avrebbe tranquillamente mandato al diavolo, con una delle sue famose sfuriate, Todt, la FIA, la Formula Uno, ed avrebbe consigliato di fare un campionato del mondo alternativo con chi ci stava (e nella sua vita, d’altronde, già aveva minacciato di abbandonare la Formula Uno).

Avrebbe probabilmente consigliato a Montezemolo di portare sino in fondo il progetto iniziato e poi rinnegato dallo stesso Luca, diversi anni fa.

Probabilmente Enzo avrebbe visto in Montezemolo un continuatore ideale per la Ferrari, ma sicuramente ne avrebbe profondamente stigmatizzato gli ultimi anni di presidenza.

Forse gli sarebbe piaciuto Marchionne, chi lo sa. In qualcosa si somigliavano.

E allora, al diavolo la Fia con le sue regole demenziali.

Al diavolo una Ferrari supina agli inglesi.

Al diavolo un regolamento non balordo, ma balordissimo e demenziale.

Al diavolo il bando ai test.

Al diavolo il parco chiuso.

Al diavolo le gare… di durata dei componenti.

Al diavolo questa Formula Uno.

Autore: Mariano Froldi @MarianoFroldi

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