Daniel Ricciardo non è pentito d’aver lasciato la Red Bull

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Chissà. Chissà se Daniel Ricciardo, al di là delle dichiarazioni di circostanza, nutra qualche sorta di rimpianto per aver abbandonato la Red Bull sposando la causa Renault. Diciamocela tutta, la permanenza a Milton Keynes poteva essere assai pericolosa per la carriera dell’italo-australiano: un compagno ingombrante, veloce e coccolato e un motorizzazione nuova sulla quale in molti nutrivano dubbi. Elementi, questi, che andavano ad alimentare ansie e paure. Da qui la scelta di abbracciare la Losanga, magari ripetendo il colpo di genio – e forse di fortuna – che ha consentito a Lewis Hamilton di trovarsi tra le mani una schiacciasassi che lo sta mettendo in condizione di vincere ogni cosa. L’idea di legarsi ad un costruttore a tutto tondo, insomma, sembrava la scelta più saggia quando gli anglo-austriaci annaspavano nella ricerca di un valido fornitore di power unit. E la valanga di soldi che sarebbe arrivata per l’ingaggio non è un elemento di secondo piano sul quale fare tanto gli schizzinosi. Daniel Ricciardo non è pentito d’aver lasciato la Red Bull. Anche se, naturalmente, spera che nel giro di qualche tempo Abiteboul e staff tutto possano alzare la soglia della competitività per permettere al driver di Perth di abbandonare le zone medio-basse della classifica.

Daniel Ricciardo festeggia dopo la vittoria del Gp di Montecarlo del 2018

Col senno del poi possiamo dire che nel passaggio dalla Red Bull alla Renault il buon Daniel ci abbia rimesso. Ma il programma dei transalpini, che da motoristi hanno vinto di tutto e di più, è di medio periodo e sarebbe stato troppo ottimistico ritenere che avrebbero centrato il bersaglio al primo colpo di fucile. Quello che porta al vertice è un processo raramente rapido, specie se la concorrenza si chiama Mercedes, Ferrari e, appunto, Red Bull. Un team che, dopo l’epopea “vetteliana” e gli otto titoli totali, ha incontrato difficoltà a causa di motori mai troppo performanti ma che non ha mai mollato di un millimetro, con uno staff preparato e geniale sempre attivo nello sfornare novità ed intuizioni che hanno permesso alle vetture di puntare a vittorie di tappa. Con il concreto obiettivo di portare a casa il “pezzo grosso” nel più breve tempo possibile. Anche grazie a quella Honda i cui motori ora sì che iniziano a spaventare la concorrenza.

Ricciardo ha nuovamente parlato di motivi alla base dell’interruzione del rapporto con Helmut Marko e soci. Un divorzio sul quale tanto si è scritto anche in maniera impropria, romanzando e sovraesponendo dinamiche che, a detta del pilota, nemmeno si sono sviluppate. Insomma, l’addio è stato più indolore di quanto ci abbiano fatto credere nei mesi passati. La scelta, ovviamente, non è stata semplice, ma Daniel l’ha ben ponderata. Valutandone ogni aspetto, soppesando ogni singolo pro e contro.

Ricciardo festeggia insieme a Verstappen e Rosberg dopo il trionfo nel GP della Malesia del 2016

La prima smentita secca arriva sul rapporto con Max Verstappen che era tutt’altro che logoro. E’ lo stesso Ricciardo a dichiaralo al settimanale Motorsport News: “Molto si è detto sul fatto che Max veniva visto nel team con un occhio di riguardo, ma io posso dire che le cose non andavano così. Quello che ho vissuto all’interno della squadra era molto meno di quello che si raccontava in giro“. A confermare che il legame con lo stesso team non era affatto compromesso, l’australiano aggiunge: “Loro volevano che restassi, tant’è che l’offerta presentatami per il rinnovo contrattuale era molto importante. Ma per me il fattore economico non era primario“.

Quindi, perchè l’addio? Quali gli elementi che Daniel ha poggiato sui piatti della bilancia per arrivare ad una svolta radicale nella sua carriera? La risposta è duplice: fattori umani e tecnici.

Una delle ragioni alla base della mia scelta è stato perdere Simon Rennie come ingegnere di pista. Il mio rapporto con lui è molto solido; non sapere chi fosse il sostituto ha pesato molto sulla mia voglia di cambiare aria. Se fosse rimasto avrei anche potuto contemplare l’idea di non abbandonare la Red Bull“. Ricciardo, evidentemente, mette in cima alla propria lista delle priorità i rapporti umani che, quando positivi, aiutano sicuramente a creare quella “comfort zone” che sottende allo sviluppo di un positivo livello prestazionale.

Ma la F1 è in primis tecnica. E Ricciardo non ha fatto mistero di essere scettico sul matrimonio Red Bull – Honda: “La questione relativa alla mancata permanenza di Rennie si è sommata alla paura circa il livello di competitività delle power unit Honda. Avevo dubbi che queste potessero essere efficaci e, sommando tutti gli elementi, ho deciso di dire addio al team“.

Daniel Ricciardo
Daniel Ricciardo in azione con la sua Renault RS-19

Chiaramente, visto il momento in cui Ricciardo ha fatto la scelta, non può essere biasimato. Quando il trentenne di Perth ha fatto all-in sulla Renault, la Honda altro non era un laboratorio itinerante che sfornava power unit a ripetizione equipaggiando una Toro Rosso in versione cantiere. Non era chiaro quali potessero essere gli sviluppi di quel lavoro sfiancante operato dalla Grande H. Sarebbe stato un azzardo restare così come provare una nuova esperienza.

Per ora la strategia scelta da Ricciardo non ha pagato, ma non è detto che i frutti non possano essere raccolti nelle stagioni a venire. Magari quando la F1 affronterà la rivoluzione regolamentare del 2021. Il ragazzo non è stato manchevole in coraggio. La speranza, anche per noi osservatori, è quella che prima o poi il talentuoso driver cresciuto nel mondo Red Bull possa avere a disposizioni una monoposto in grado di porlo in lotta per l’iride. Perchè un pilota di questo calibro, per doti tecniche e spessore umano, merita di entrare nella storia del motorsport.

Autore: Diego Catalano@diegocat1977

Foto: Red Bull, Renault

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