Caduta e rinascita di Lewis Hamilton

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Tempo di bilanci di metà anno in Formula Uno. Il Circus è alla fine del primo semestre e, prima della ripresa dalla quale si innescherà una vertiginosa discesa che ci porterà a rotta di collo fino ai primi dicembre, alcuni verdetti sono già stati emessi. Abbiamo dei promossi; ci sono dei bocciati che difficilmente potranno recuperare nella seconda metà di campionato. E vi sono dei rimandati che potranno dare un senso al proprio lavoro con un “girone di ritorno” più convincente. Il Gp d’Ungheria ha probabilmente già proclamato chi sarà a fine anno il migliore della classe, almeno in termini di punteggio. In questo momento Lewis Hamilton sembra lanciatissimo verso la conquista del sesto titolo e l’evidenza è stata legittimata con una gara super con tanto di doppio duello con Max Verstappen. In soli sette giorni, grazie al secondo “back to back” stagionale, abbiamo assistito alla caduta e rinascita di Lewis Hamilton.

Il ruolo del primo della classe non è semplice: le vittorie vengono troppo spesso date per scontate; le sconfitte, di converso, hanno sempre una eco spropositata, mostruosa. Quasi come se lo stare davanti a tutti fosse un obbligo: la vittoria come atto dovuto. La sconfitta, anche se saltuaria, un’onta che mette in dubbio talento, storia, risultati conseguiti. E’ un giochetto che si ripete con ciclicità “polibiana” ed ha coinvolto tutti gli assi della Formula Uno. Del presente e del passato. Il ridimensionamento post debacle è proprio ciò che Mercedes e il suo portacolori principe hanno vissuto in Germania. Una gara nera come la notte ma che è, altresì, una mosca bianca in una stagione fatta di otto vittorie su dodici gare. Dieci se consideriamo quelle del team nel suo complesso. La rinascita era prevedibile. E puntualmente si è verificata.

Cosa ci lascia il Gran Premio d’Ungheria? Innanzitutto gli occhi pieni di spettacolo e il cuore palpitante d’emozioni. Questa stagione, ad eccezione del GP di Francia – veramente monotono – ha offerto sinora gare movimentate, in bilico e tirate nonostante sia emersa in maniera prorompente la forza della Stella a Tre Punte. Ad osservare i freddi numeri si potrebbe parlare di un soporifero dominio. Così non è stato perchè alcune tappe si sono decise sul filo di lana (o addirittura dopo, nell’attesa di un verdetto dei commissari). Inutile star qua ad elencare gli episodi, chi segue questa disciplina ricorda chiaramente la successione degli avvenimenti.

Un duello a lungo invocato

Il GP dell’Hungaroring ci consegna un altro lascito: un duello invocato e spesso non visto causa strategie, undercut, overcut, lift and coast, fuel saving e gestioni assortite. Stavolta Hamilton e Verstappen non si sono risparmiati. Il campione del mondo in carica aveva rotto gli indugi già in partenza nei confronti di Bottas con un sorpasso duro e oserei dire pedagogico nell’esser stato da lezione, l’ennesima, per il finladese quasi del tutto svuotato mentalmente in questo estenuante confronto con l’anglo-caraibico.

Il pezzo forte, però, è ciò che si è visto in due riprese: al giro 36 e successivamente, alla tornata 67. Lo show inizia dopo la prima sosta dei duellanti. Hamilton ritarda l’ingresso e, in soli due giri, mangia i cinque secondi che aveva accumulato girando con gomme ormai esaurite. Lewis rompe subito gli indugi e, senza cerimonie, cerca di sbarazzarsi dell’olandese. Che risponde per le rime, tiene giù il piede per tre curve e fa assaggiare il cemento della via di fuga dell’inglese. Che, saggiamente, capisce l’antifona e si mette a distanza di sicurezza senza mai lasciarsi sfuggire la preda. Dopo una decina di tornate Hamilton si fa sotto ma non affonda seriamente.

Quando è nuovamente in zona DRS il colpo di scena: il 44 è richiamato ai box al giro 47 per montare pneumatici hard. Il britannico torna sul tracciato non proprio sereno ed esprime dubbi sulla bontà della scelta di Vowles, tattico della Mercedes. Decisione che, evidentemente, non era condivisa. Dopo una decina di giri in cui il penta-campione è stato invischiato nel traffico dei doppiati, preso a preservare i freni che avevano iniziato ad emanare un preoccupante fumo bianco, il distacco è ancora importate: da 20 secondi post pit era sceso intorno ai 12. La strategia sembrava effettivamente non pagare poichè le tornate stringevano.

Poi lo switch: con pista libera, con la giusta riserva di carburante per attaccare dopo aver fatto qualche giro di lift and coast, l’inglese va alla carica a suon di 1’18”500 mentre i tempi di Verstappen, che si lamentava via radio di avere gomme “morte”, salivano oltre l’1’21”. Al giro 66 l’aggancio, in quello successivo il sorpasso abbastanza agevole che proietta Hamilton in testa alla gara e fa consolidare la sua posizione in classifica pilota. A Verstappen, complice una Ferrari spettatrice non pagante, non resta che fermarsi, montare le soft e prendersi il punticino del fastest lap che si somma ai 18 per il secondo, meritatissimo, posto.

La strategia imposta da James Vowles è vincente. Ne aveva dubitato Hamilton, ne diffidava chi scrive. Lewis, appena passato il traguardo, si apre in radio e ammette pubblicamente l’errore di valutazione: “James, scusami per aver dubitato della strategia” Capo cosparso di cenere in pubblica piazza per l’ottantuno volte vincitore di Gran Premi.

Una battaglia iconica

Il duello tra Verstappen ed Hamilton è carico di simbolismo. Che l’olandese sia il futuro della Formula Uno, insieme ai vari Leclerc, Norris, Russell, è un fatto. Max è coriaceo in difesa, spietato in attacco, ha doti di driving spiccate. E’ tatticamente intelligente e sa leggere il momento. Inoltre sfrutta bene mezzo e gomme e ha finalmente mondato il suo carattere rendendolo meno incline all’errore all’impulsività. Caratteristiche, queste, già ben presenti in un ragazzo poco più che adolescente. I galloni del futuro campione, insomma, sono evidenti. Ma il futuro non è oggi. Questa è l’era di Lewis Hamilton.

E domenica il 44 l’ha voluto ribadire prendendosi rischi che forse poteva evitare considerato il vantaggio in classifica e la consistenza di una W10 che in alcuni momenti sembra una vettura inarrivabile. Hamilton ha chiaramente detto che questo non è il momento del rivale, che questi sono i giorni in cui il suo interregno è solido. Verrà il momento in cui abdicherà. Ma il momento non è oggi. Ed è per questo che la vittoria in questa tenzone ha particolare valore simbolico e verrà ricordata come uno dei momenti chiave del mondiale 2019 che si avvia sempre più sulla strada di Stevenage.

Eppure, in un’annata con otto vittorie nel carniere su dodici appuntamenti, c’è un qualcosa che ancora non sta funzionando troppo bene in Hamilton: la qualifica. Ma, paradossalmente, proprio le prestazioni altalenanti in questo fondamentale stanno esaltando l’ex McLaren autore di gare che “sistemano” i difetti del sabato.

Intendiamoci, Lewis non è diventato un brocco di sana pianta. Ma dal recordman di sempre, onestamente, ci si poteva attendere di più e, in generale, si poteva pensare che soffrisse meno un avversario che la domenica viene puntualmente ammansito. Hamilton, in ogni caso, resta pur sempre il pilota statisticamente più vicino alla perfezione, considerando le qualifiche. Se prendiamo come riferimento la media dei tempi di tutti i dodici giri che hanno fruttato un pole position, il britannico supera quella soglia di appena lo 0,04%. Bottas dello 0,13, fino ad arrivare al povero Kubica che supera del 5,06% la quota di riferimento. Insomma, in soldoni, Hamilton svetta a livello statistico ma in pratica non è autore della sua migliore stagione al sabato.

Il dato, come detto, è sovvertito l’indomani, quando il 44 si trasforma in un martello. Il GP d’Ungheria di Hamilton ha ricordato certe gesta di Michael Schumacher. Piano con gli strali che già saranno in gola a qualcuno nel mentre legge quest’associazione. Il riferimento al campione di Kerpen sta nell’attitudine a sfornare giri da qualifica in successione e con precisione matematica per andare a prendere l’avversario che è davanti. Michael era maestro in questo fondamentale, Lewis l’ha ricordato. Nella circostanza. Non si sta facendo determinismo, calmi.

Quello del cinque volte campione del mondo è stato un capolavoro di guida strategica, di gestione del mezzo e delle gomme. E proprio quest’ultimo fattore è determinante nella F1 contemporanea. Ma Hamilton ha potuto godere anche del lavoro di Volwes. Senza una strategia azzardata ed efficace non possiamo sapere come sarebbe finito il GP, non possiamo avere la certezza che il sorpasso, provato in precedenza, si sarebbe in effetti materializzato. Il pacchetto pilota-macchina-muretto ha fatto la differenza. Se uno di questi elementi viene meno si spezza quel sottile equilibro dal quale scaturiscono le vittorie. Si veda il GP di Germania, si osservi quello d’Austria.

La scomparsa del Boscaiolo

Finora ho parlato di Hamilton. E Bottas? Che fine ha fatto il prode boscaiolo? Beh, ormai quasi non v’è più traccia. Valtteri si è dissolto dopo Baku, è quasi diventato un caso da “Chi l’ha visto”. Vedo sinistre analogie con la passata stagione quando, ad un certo punto, fagocitato da alcuni episodi oggettivamente avversi, si diede alla macchia. Quest’anno c’è l’aggravante di una posizione in seno al team traballante. A fine gara, con tono piccato e velatamente accusatorio, Bottas ha espresso disagio e malumore nei confronti di Hamilton, forse per la prima volta: “Siamo un team – ha sentenziato il finlandese – e dovremmo pensare al bene della squadra. Lewis è stato aggressivo e io ho cercato di evitare il contatto. Ma, visto come sono andate le cose, la prossima volta saprò come comportarmi“.

Ennesima dichiarazione “maschia” del 77 che, ahinoi, non si concretizza in pista. Se Hamilton si avvia quasi in carrozza verso il sesto alloro mondiale non è solo colpa di una Ferrari ingarbugliata nelle sue problematiche o di una Red Bull che ha iniziato ad essere forte troppo tardi; se Lewis domina è anche perchè il suo compagno, che dispone di un mezzo tecnico esattamente uguale (non siamo nell’era dei contratti da prima guida con benefit esclusivi come accadeva in altri team), non riesce a trasformare in punti quanto di buono fa al sabato.

Si fa presto a dire “con quella macchina vincerebbero tutti”. E’ una falsità. Con quella monoposto, ovviamente, vincerebbero in diversi. Non si sta negando la supremazia tecnica della W10 né si sta facendo ridicola idolatria di un pilota che dispone da una vettura superba. Ma che sfrutta oggettivamente meglio del compagno di squadra, specie in gara. Da qui le otto vittorie, da qui la leadership nel mondiale. Da qui i 62 punti di vantaggio sul finlandese.

Ritorniamo al caso di specie, ossia all’Ungheria. A parti invertite, Bottas sarebbe stato in grado di vincerlo il GP? Sono ancora più chiaro: l’ex Williams avrebbe avuto la forza di inanellare quei giri che sono serviti ad azzerare il gap con Verstappen per poi superare l’olandese? Ritengo di no.

Insomma – e chiudo – Mercedes ha potuto inscenare quella strategia alla quale né Hamilton (né chi scrive) credeva troppo proprio perché poteva contare su un pilota che avrebbe garantito quella serie di passaggi da indiavolato. Ed è per questo che Toto Wolff si tiene stretto il campione del mondo che, con quella prossima che sancisce (per ora) la scadenza del contratto, arriverà all’ottava stagione con la Stella a Tre Punte.

Un team principal sagace come è l’austriaco sa bene che la differenza tra il suo uomo di punta e Bottas sta proprio nella capacità di riprendersi immediatamente: caduta e rinascita di Lewis Hamilton. Tutto avvenuto in una settimana. Mentre Bottas è ancora ad interrogarsi sulla legnata prese a Barcellona dopo essersi illuso in qualifica. La differenza è tutta qua.

Autore: Diego Catalano@diegocat1977

Foto:
Alessandro Arcari@berrageizf1
– Mercedes F1 AMG – @MercedesF1AMG

4 Commenti

  1. Mi domando quando la finirete con questa farsa ,ma voi giornalisti invece di riempire pagine del nulla ,perchè non raccontate cosa è successo ad Adelaide nel 2015 ,nella riunione dello Strategy Group,possibile che non abbiate questi link ,che smascherano il gioco sporco di Mercedes/FIA messo in atto nel 2012 ,due anni prima che entrasse in vigore il regolamento PU così chiamato lo studio ,costruzione e collaudo della Mrcedes per conto FIA, Leggete e pubblicatelo nel prossimo articolo ,sono parole di Ecclestone ,ancora sano di mente e pieno di $

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/17/formula-1-ecclestone-mercedes-aiutata-dalla-fia-red-bull-minaccia-lasciare/1513277/

    https://www.gqitalia.it/sport/motori/formula-1/2015/03/19/formula-1-perche-power-unit-cosi-importanti/

    Che ne facciamo ora dei mondiali Mercedes e dei record di Hamilton ??
    Quando Amstrong vinse 6 Tour col doping ,sull’albo d’ora la vittoria risulta NON ASSEGNATA

    Distinti Saluti

  2. Hamilton e una persona aggressiva sfrutta gomme e macchina quello che non sanno fare glialtri pertanto non ci sono piloti al suo livello speriamo che continui così per restare un mito di tutti i tempi della F1.

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