La lezione di Hockenheim

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Valtteri non scherza più; Bottas fa sul serio dopo un Gran Premio di Silverstone sfortunato. Il finlandese ha spazzato via ogni dubbio sulla sua rabbia sportiva e ha riposto in un cassetto, un volta tanto, il bon ton. Evidentemente quella safety car entrata per l’insabbiamento di Antonio Giovinazzi ha fatto turbinare gli attributi dell’ex Williams che ha fatto intendere, senza giri di parole, che è giunto il momento di colmare il gap di 39 punti che ha accumulato da Lewis Hamilton in queste prime dieci gare della stagione 2019. Il Gran Premio di Germania rappresenta il giro di boa del campionato e, d’ora in poi, ogni punto perso sarà sempre più difficilmente recuperabile. Valtteri Bottas fa sul serio proprio perchè ha perfettamente inteso questo concetto. Non c’è più tempo da perdere: dalle parole bisogna passare ai fatti per non rendere il mondiale in corso una bella incompiuta. Rimembrerà il finnico, per raddrizzare l’annata, la lezione di Hockenheim che Hamilton impartì alla concorrenza un anno fa?

Bottas vs Rosberg

La determinazione verbale non manca al ventinovenne di Nastola. La settimana scorsa il “77” ha rotto gli indugi e ha espresso con un’inedita veemenza il suo punto di vista sul momento che sta vivendo. Interrogato su quali possano essere le tecniche per battere Hamilton e se la strada tracciata da Nico Rosberg possa essere altrettanto percorribile, Bottas ha tuonato: “Quello che al mattino vedo nello specchio sono io, non Rosberg. Uno psicologo può servire a vincere? Non lo so, tanti ne usano uno. Ma non io. Se una cosa funziona per Nico non è detto che debba funzionare per me. I problemi – ha proseguito l’alfiere Mercedesli risolvo da me. Non ho mai parlato con Rosberg del come abbia fatto a battere Hamilton, ma non credo che un professionista della psiche possa essere utile alla mia causa“. Parole chiare che esprimono determinazione e che fanno il pari con analoghe esternazioni che raccontavano di un Valtteri che riteneva d’esser depositario del “segreto” per soverchiare il regno di Lewis Hamilton.

Mi pare evidente che Bottas abbia voluto ribattere in maniera piccata ad alcune esternazioni del campione del mondo 2016 che aveva espresso dubbi sulle abilità dell’ex Williams nella guida riferendole a quelle di Hamilton. Rosberg, in soldoni, ha palesato un’idea che, a ben vedere, è corroborata dai fatti: il finlandese, sul passo gara, non riesce ad essere all’altezza del più titolato compagno di squadra.

Questa è un’evidenza sottolineata più volte da queste colonne e sarebbe tedioso esercizio, per chi legge, sciorinare nuovamente fatti e circostanze. Limitandoci al Gran Premio di Silverstone è sembrato chiaro a tutti gli osservatori che, al di là della pole, del controsoprasso coraggioso nella battute iniziali e della sfortunata safety car, il ritmo del finlandese non sia stato efficace quanto quello di Hamilton. Rosberg, probabilmente, ha avuto la colpa di manifestare la sua idea, assolutamente legittima, in maniera troppo diretta, non filtrata. E Bottas non ha incassato il colpo e ha ribattuto con parole vibranti raramente proferite in precedenza.

La lezione di Hockenheim

Comprensibile, dunque, la reazione stizzita del finnico che però deve iniziare a dimostrare coi fatti di poter metter in atto il suo piano strategico che dovrebbe congiungerlo con la prima iride della sua carriera.

Esattamente un anno fa, di questi tempi, Hamilton posava ufficialmente la prima pietra del suo quinto mondiale. In Germania Lewis intraprendeva la via che lo porterà ad affiancare Juan Manuel Fangio negli almanacchi della Formula Uno. Via nella quale Bottas non sarà mai un ostacolo. Anzi, diverrà un comodo alleato. E anche questa è storia aricinota.

Eppure la stagione 2018 del “44” non era iniziata in maniera memorabile, complice una vettura difficili da guidare: maleducata e scorbutica, antipatica e cattiva. Smodata nelle reazioni. Imprevedibile, in una parola. Ciò era la W09. E in quella fase il trentatreenne di Stevenage ha faticato, ha remato come un ossesso nella corrente avversa e col vento che cercava di spezzare l’albero maestro. Ma lui ha tenuto la barra dritta e ed è uscito dalle acque tempestose insieme al suo team che, in piena crisi di risultati e di affidabilità, ha deciso di dare la svolta alla stagione con una serie di aggiornamenti tecnici che sono stati la risultante di ingenti investimenti economici deliberati prima della pausa estiva e che hanno dato i primi, dolci, frutti proprio a Monza. Che è stato un altro momento chiave di un mondiale che Hamilton avrebbe portato a casa marcando persino il record di punti della categoria.

Hockenheim 2018, dicevo, è stato il momento di svolta: il poderoso recupero in pista dopo un sabato iellato e l’errore di Sebastian Vettel che, solo ma pressato da lontano, assaggia il muretto dopo che la pioggia aveva inumidito la pista, aprono le porte della vittoria ad Hamilton che da quel momento prenderà il volo: rivince la settimana successiva su una pista amica della Ferrari (Hungaroring) e prende il largo dopo l’estate.

Con l’arrivo di settembre il vento gira mentre le certezze di Seb appassiscono cadendo come foglie secche spazzate via dal primo grecale autunnale. A una sequela quasi infinita di topiche del portacolori ferrarista è coincisa una striscia di risultati del “44” che ha avuto del clamoroso: vittorie a raffica, a partire dalla Germania per finire in Giappone. Sei trionfi in sette appuntamenti. Un mondiale “canniabalizzato” nella seconda decade. Hamilton, nella striscia interrotasi in America, ha lasciato per strada solo la vittoria a Spa Francorchamps dove si è accontentato di un secondo posto che non ha fatto altro che illudere e riempire il cuore di speranza al popolo rosso che iniziava a credere fideisticamente al ritorno dell’alloro più pregiato in terra italica. Monza è stato un diretto in pieno volto, la trasferta russo-asiatica un montante a difesa sguarnita, Giappone è stato quasi un leggero schiaffetto che ha abbattuto il bue ormai senza fiato né gambe e col la testa smarrita. Lewis si è potuto accontentare ad Austin e in Messico ormai pago del distacco incolmabile, ebbro del dolce sapore del capolavoro che aveva compiuto.

Hockenheim: il circuito del destino

In questo racconto, come si può vedere, manca del tutto Bottas che è letteralmente sparito negli ultimi 2/3 di campionato. Dopo Baku il finnico non si è più ripreso, offrendo brevissimi sprazzi di talento colmati da mesi di guida sotto tono che alla fine l’hanno abbandonato ad uno zero nella tabella vittoria e ad un poco felice quinto posto in classifica. Superato persino da Max Verstappen sulla sirena finale.

Valtteri non può permettersi di replicare quella seconda fase stagione. Hamilton è già a sette vittorie contro le sole due dell’ex Williams. Bottas, per crederci, deve ribaltare questa prospettiva. E deve farlo da domenica. Altrimenti il panorama si fa fosco e tetro.

Dalle parole ai fatti

Poche ore e capiremo se Valtteri Bottas ha realmente appreso la lezione di Hockeheim. Perchè, a volte, basta poco per spostare l’inerzia di un mondiale. L’episodio, in positivo o in negativo, muove gli equilibri. Lo sa Vettel che si è visto scivolare dalle mani un mondiale che pareva essere alla portata; ne è conscio Hamilton che quella corona d’alloro se l’è vista consegnare da un pilota che scalcia la ghiaia dopo aver visto il mondo crollargli addosso. Lo potrebbe capire Bottas qualora riuscisse a battere in maniere convincete il compagno di squadra. Iniziando a correre verso il titolo. Perchè non basta più esser davanti al sabato. Non serve se in gara non si riesce a dettare il passo o, quanto meno, a tenere quello indemoniato del campione del mondo in carica, quel ritmo che ti fa piazzare il giro veloce all’ultima tornata con gomme finite e con la testa già ai festeggiamenti. Serve un episodio. Serve mettersi in condizione di coglierlo. Serve passare dalle parole convinte e dure ai fatti. Concreti. Memori della lezione di Hockenheim.

Autore: Diego Catalano@diegocat1977

Foto:
F1 – @F1
Mercedes AMG F1 – @MercedesAMGF1
Nico Rosberg – @nico_rosberg

4 Commenti

  1. Serve anche fortuna meteorologica. L’anno scorso la pioggia in Germania (gara) e Ungheria (qualifiche) “condizionarono” il risultato finale.

  2. L’ultimo gran premio dovrebbe aver fatto capire a Bottas che la prestazione in pista non è sufficiente. La strategia su cui era stato messo (doppia gialla nei primi due stint, con primo stint anticipato) era la peggiore in assoluto, tale da essere facilmente sopravanzato da Lewis che in Inghilterra doveva vincere per forza. La safety car avrebbe compromesso il secondo posto, se le mercedes non avessero oltre un secondo di margine su tutti gli altri.

    • Tutto vero, ma c’è una cosa da sottolineare: Bottas non ha mai avuto il passi di Hamilton. Anche quando queest’ultimo, a parità di carburante, montava una mescola meno efficiente rispetto a quella del compagno. Valtteri, su 10 gp ha avuto più passo gara del compagno in due occasioni: in Australia quando Hamilton aveva il fondo danneggiato e in Austria quando entrambe le W10 avevano tirato i remi in barca per problemi di raffreddamento.
      Non creo che un perentorio 7-2 (numero di vittorie) sia una strategia decisa a tavolino da Wolff e soci.

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