Mercedes: la caduta degli dei

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Era tutto apparecchiato per il gran banchetto: Lewis Hamilton in pole, Valtteri Bottas in terza posizione a fare da cane da guardia, le Ferrari staccate per via di due problemi tecnici assurdi nella loro simultaneità. Persino la pioggia che, per caratteristiche tecniche della W10, avrebbe potuto aiutare il team a portare a casa l’ennesima vittoria. Cosa che si stava verificando con disarmante puntualità considerando quale era il ritmo di Hamilton su pista bagnata. Poi l’imprevisto, la confusione ai box, la lettura errata di un radar che sparava immagini di un minaccioso fortunale in arrivo, la chiamata in pit lane e la sciagurata scelta di montare gomme da asciutto quando Giove Pluvio aveva deciso di scaricare, nuovamente, la sua ira bagnata sugli austeri boschi tedeschi che di colpo diventavano spettrali. Una catena di eventi che si avvia con l’uscita di pista del pilota che aveva dominato tutti i GP bagnati dell’era ibrida. Un terribile contrappasso germanico dopo l’inebriante 2018 dove era iniziata la cavalcata verso il quinto titolo. L’ala rotta, il rientro improvvido e irregolare ai box, il muso che non si fissa, le gomme che si accumulano accanto a meccanici in pieno panico. Una figura barbina per il team più efficiente. Dinnanzi al pubblico amico. Nel giorno della celebrazione. La caduta degli dei sparata in diretta mondiale. Attimi infiniti che fanno crollare l’architrave sulla quale Wolff e soci avevano costruito la loro celebrazione. Che si è trasformata nella tempesta perfetta con il ritiro di Bottas che annusava il podio. Per Verstappen, Vettel e Kvyat, in rigoroso ordine d’arrivo, è gloria. Ma non solo: è stata festa grossa anche per chi aspettava al varco i tedeschi con le bottiglie di spumante pronte ad essere stappate. Dopo che erano rimaste per lungo tempo stipate in polverose cantine ad attendere il gaudente momento. Anche questo è tifo. Seppur avverso.

Si erano preparati bene in Mercedes: abiti vintage, immagini rétro, livrea nostalgica. La storia del motorsport (perchè questi signori calcavano le piste molto prima di scuderie più celebrate) riscritta in salsa ultramoderna per una festa rovinata non dal fato ma dallo stesso team. Una serie di topiche oscene che hanno fatto andare su tutte le furie Toto Wolff. Come il tweet qua sotto dimostra.

La pioggia, naturalmente, ha sparigliato le carte. Ma non si può ridurre tutto alla mancata interpretazione delle mutevoli condizioni meteo. Perchè la Mercedes, maestra negli ultimi anni a gestire la condizioni estreme – lo testimoniano le vittorie a raffica di Hamilton sul bagnato – ha miseramente fallito? E perchè lo ha fatto in un contesto di schiacciante superiorità tecnica? E come mai, ancora, è accaduto proprio nel giorno in cui i primi avversari, ossia la Ferrari, era a distanza siderale per una doppia, incomprensibile, defaillance tecnica?

Mercedes: la caduta degli dei

A mio modo di vedere le cause sono quattro le cause che hanno portato alla debacle teutonica. Vediamo.

1. La prima motivazione non ha alcun carattere tecnico né una controprova effettiva. É una sensazione che Hamilton rilasciava sin dal sabato, nel post pole. Sguardo stanco, movimenti compassati. L’impressione di un pilota non al top della forma fisica e forse morale. Toto Wolff ha confermato che probabilmente il britannico non era in condizione di correre: “Molti di noi nemmeno avrebbero preso in considerazione l’idea di correre visto quanto stava male. Lui l’ha fatto“. Parole che fanno il paio con quelle dello stesso driver che, a pochi minuti dalla fine della gara, ha confessato che il suo stato di generale debilitazione lo costringerà ad annullare tutti gli appuntamenti pubblici presi prima dell’imminente GP d’Ungheria. Un condizione, quella manifesta da Hamilton, che si era palesata abbastanza chiaramente già prima del via. Tanto da farmi fare questo tweet. Ironico ma profetico:

2. Passiamo alle cose più pratiche. Alla base di alcune difficoltà della Mercedes c’è sicuramente stata una cattiva comprensione del nuovo pacchetto aerodinamico che ha debuttato in Germania.
Evidentemente le massicce evoluzioni tecniche non portano bene agli anglo-tedeschi. L’anno scorso, in Austria, gli ingegneri agli ordini di James Allison si presentarono con una monoposto fortemente rimaneggiata in alcune linee guida. In qualifica dominarono con distacchi bulgari, in gara incontrarono una giornata nera fatta da un doppio, clamoroso, ritiro.


E’ chiaro che qualcosa non è filato liscio in terra tedesca. Lo stesso campione del mondo in carica, nel commentare la pole facilmente raggiunta per la doppia rottura Ferrari, aveva sottolineato che non tutto aveva funzinato a dovere. Se sul bagnato il passo gara di Hamilton è stato superbo (un po’ meno quello di Bottas), certi limiti sono emersi quando la pista è andata asciugandosi. Problemi, tra l’altro, sorti anche durante le libere quando la W10 era parsa particolarmente nervosa. Non sostengo che la miriade di novità introdotte ad Hockenheim sia da cassare, potrebbe servire un normale periodo di rodaggio e di comprensione, ma è chiaro che le prestazioni non sono migliorate sensibilmente e questo potrebbe aver portato piloti ed ingegneri su una via sbagliata. L’Ungheria ci dirà se il nuovo pacchetto rappresenta una risorsa da calibrare o una gatta da pelare.

3. Tecnici, piloti e maestranze s’erano presentate agghindate come ad un party del martedì grasso per celebrare i 125 anni di attività sportiva della Mercedes. Erano a casa loro, dinnanzi al pubblico amico e credevano che, data anche la conformazione della pista, avrebbero dato la paga a tutti. Sicumera scontata in maniera cocente. Volevano sbeffeggiare gli avversari con cappelli agée e giacche vintage. Hanno preso un pugno nello stomaco da Verstappen e un calcio nel sedere da Vettel, da qual pilota che un anno fa gettava alle ortiche il mondiale (e se stesso) in una gara che aprì la cavalcata di Hamilton verso il quinto alloro. Ovviamente a Brackey fanno ogni genere di scongiuro per esorcizzare il timore di vedere il mondiale riaperto. Perchè, nei fatti e nei numeri, non lo è.
Il distacco nei costruttori è siderale (+148 su Ferrari, +193 su Red Bull), quello tra Hamilton è gli inseguitori non Mercedes è rassicurante (+64 su Verstappen, +84 su Vettel). Numeri che raccontano di un dominio ancora inscalfibile ma che non narrano dell’inerzia psicologica che potrebbe mutare. Come accadde l’anno scorso con Vettel e Ferrari, che proprio in Germania, si annullarono dopo dieci gare in cui avevano dimostrato di essere il pacchetto più forte, seppur di poco.

In Mercedes, forse, si è pensato di più a concentrarsi sui festeggiamenti che a capire come creare l’espediente – dicasi vittoria – per lasciarsi poi andare ai baccanali. I tedeschi rappresentano il team più efficiente di questa F1, sia nella gestione sportiva che in quella tecnica. Ma Hockenheim ha segnato un preoccupante spartiacque che ha avuto due momenti chiave: il suddetto mancato funzionamento del nuovo pacchetto e, immagine sulla quale orde di tifosi ormai disabituati a vincere stanno godendo a dismisura, un pit stop onestamente troppo grottesco per esser vero. Forse era meglio tenere riposti gli abiti di scena per presentarli al pubblico in caso di vittoria.

4. Bottas non ha più battuto un colpo dopo Baku. Sette gare con qualche guizzo in qualifica che non si è riverberato su gare altrettanto consistenti. Sempre alle spalle di Hamilton, costantemente più lento sul passo gara. Domenica perpetra l’anomia interpretazione inscenata negli ultimi mesi e decide di mettere in atto il coupe de théatre definitivo schiantandosi in maniera abbastanza banale. Il podio era a un tiro di schioppo, la seconda posizione pure. E’ tornato a casa con un pugno di mosche, con la psiche a pezzi, con una classifica peggiore perchè il compagno di squadra allunga e Verstappen inizia a fiatare come una fiera dantesca. E, cosa forse peggiore, con un rinnovo contrattuale congelatosi come un lago finlandese in dicembre.


La caduta degli Dei cui abbiano assistito domenica scorsa ha reso il tonfo ancor più fragoroso e roboante proprio perché era tutto troppo apparecchiato. Quasi a mancare di rispetto agli avversari, quasi a pensare che una doppietta, l’ennesima, era una mera formalità da registrare con un doppio passaggio sotto la bandiera a scacchi innanzi ad un popolo ebbro di gioia per il trionfo del team di casa.

Tutto da buttare?

C’è qualcosa che si può salvare da una domenica così autodistruttiva? Ovviamente sì. Mercedes, come mostrato poc’anzi, resta saldamente leader delle classifiche con margini che sanno di sicurezza. Ovviamente analisi dettagliate andranno fatte. Ed è quello che in questi momenti si sta operando a Brackley e a Brixworth, soprattutto il relazione al nuovo pacchetto da quattro decimi al giro che non ha offerto i frutti sperati. Per ora. Perchè non è la prima volta che Mercedes impiega un minimo di tempo per mettere a punto le novità che poi si rivelano mortifere. Per la concorrenza.
Ancora, la sconfitta alimenta la voglia di rivincita. Dopo il doppio zero di Montmelò 2016 e Red Bull Ring 2018 il team reagì in maniera spietata andando a prendere praticamente l’intera torta lasciando alla concorrenza briciole, fame e patenti da sconfitti.

Il felino si sta leccando le ferite in questo momento e sta covando silenziosamente la rivincita dopo l’onta casalinga. Quattro giorni e vedremo se la Germania è stato un brutto sogno o un vera sberla in pieno volto con ripercussione di lungo termine. La squadra è carica o, quanto meno, prova a darsi coraggio come dimostrato dal cinguettio pubblicato dall’account ufficiale. E se si cita Niki Lauda vuol dire che si fa sul serio.

Chi può, nonostante tutto, tirare un sospiro di sollievo è Lewis Hamilton che, grazie alle frizioni di entrambe le Alfa Romeo che, miracolosamente, calibrano i tempi di risposta delle frizioni in maniera perfettamente uguale e contro il regolamento (la spiegazione di Vasseur fa sorridere un non tecnico come me) e a causa di un Bottas sprecone, si trova ad allungare, seppur di poco, in classifica. Valtteri aveva l’occasione di riaprire definitivamente e clamorosamente la corsa al titolo. Con quel botto nelle fasi finali potrebbe aver chiuso quasi del tutto le sue speranze mondiali. Dieci gare, 260 punti in palio (compresi quelli per il best lap in gara). Margine per un recupero ce ne sarebbero per Bottas. Ammesso che inizi a vincere a mani basse. Cosa che ora sembra difficile. Ma il vento, si sa, gira d’un colpo e dà vigore a vele mestamente ammainate per via della bonaccia.

Cosa resta per Mercedes, in definitiva, del GP di casa? Un pit stop orribile a seguito di un’uscita rovinosa del Campione del Mondo, il team radio dello stesso che chiede di ritirarsi con annessa negativa risposta del suo ingegnere, il “botto di Bottas” e due miseri punti quando, a metà gara, ne potevano arrivare comodamente 43. Queste sono sicuramente le immagini orribili di una domenica da archiviare immediatamente. Che vengono sparate in loop come un riff di chitarra orecchiabile ma che annoia dopo due giorni. Ma siamo abituati a questo stato dei fatti: lo scherno è sovente un comodo atollo di salvataggio per chi, a fine anno, avrà il muso rivolto verso l’alto nel guardare gli altri celebrare, stavolta sì, un’altra doppietta mondiale.

La caduta degli dei è stata rovinosa. Sarà rabbiosa e gloriosa la rinascita? L’articolo è finito, andate in pace.

Autore: Diego Catalano@diegocatalano77

Foto:
Alessandro Arcari@berrageizf1
Mercedes F1 AMG – @MercedesAMGF1

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