Ciao Niki

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Niki Lauda (1949-2019) era dannatamente veloce ed aveva una lingua tagliente come un rasoio. Non amava girare intorno alle cose. Era diretto, spesso urticante e brutale. Sapeva regolare a puntino la monoposto, come pochi, quando era un’arte. Lo chiamavano computer vivente, lui replicava che non serviva il cervello per il set up, ma il sedere. Era duro come l’acciaio. Ma anche l’acciaio può spezzarsi. Nel 1975 riportò finalmente il titolo in Ferrari dopo un lungo digiuno. Fuji 1976: il gran rifiuto di rischiare la pelle sotto la pioggia battente e la decisione di ritirarsi.

La lotta con Hunt
(meno feroce di quanto faccia vedere il celebrato “Rush”) fu uno dei capitoli
più belli e drammatici di quella Formula
Uno
eroica e pericolosissima. In quell’anno ci fu infatti il terribile
incidente al vecchio Nurburgring (1º agosto 1976). Lauda lottò fra la vita e la morte,
letteralmente, con i polmoni quasi collassati. Ebbe ustioni su parte del corpo
e il volto ne fu per sempre segnato. Un mese dopo, con la balaclava che si attaccava alle cicatrici sanguinanti era lì, a Monza, a cercare di difendere il suo vantaggio in classifica contro Hunt.

Nel 1977 si riprese il titolo. E forse si vendicò del
trattamento subito da Ferrari mentre
era in convalescenza. Fu lui ad andarsene dalla scuderia di Maranello, dopo un breve dialogo in cui
Enzo si aspettava il rinnovo del
contrato. Tornò ad essere campione del mondo nel 1984, con la McLaren, quando in pochi ci credevano. Per
mezzo punto. Su Prost, che divenne
il suo vero erede nel massimizzare i risultati, nel fare il set-up, nelle
manovre in pista chirurgiche.

Divenne pilota di aerei e fondò una compagnia aerea che ebbe
alterne fortune. Fu consulente di Montezemolo,
quando divenne presidente Ferrari
(si erano conosciuti ed erano diventati amici quando Luca era direttore
sportivo della Rossa) e poi presidente non esecutivo della Mercedes pigliatutto.

Una leggenda non muore. Entra nel mito.

Ciao Niki.

Autore: Mariano Froldi – @MarianoFroldi 
Foto: Mercedes

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