GP MESSICO - IL COMMENTO: il regno di Lewis V

Ciò che accomuna Lewis Hamilton ai più grandi di sempre non è certo il carattere, le tendenze ultra mondane e neanche lo stile di guida in sé; parliamo piuttosto della capacità di capire quando e dove si può fare la differenza


Scegliere il progetto giusto al momento giusto è fondamentale, ma non basta. Dal 2008 ha atteso 6 anni per ritrovare il titolo, molto ma non troppo, recuperando il tempo perduto con 4 titoli in 5 anni. Un monopolio spezzato solo da un irripetibile Rosberg (che infatti ha scelto il ritiro per lo stress e per non rischiare di essere magari suonato l’anno dopo), e anche da un pizzico di sfortuna (Malesia). Hamilton ha la capacità di sopportare e anche un po’ “giocare” con lo stress e la pressione, paradossalmente il suo stile di vita sopra le righe fuori dai circuiti gli ha regalato un equilibrio pazzesco. 

I più grandi sanno emozionare, al di là dei colori che indossano, segnano i campionati con le loro imprese, la loro grandezza passa sempre per giornate memorabili. È valso a suo tempo per Fangio o Lauda, passando per Prost, Senna e Schumacher. Hamilton ha fatto quella differenza che Mercedes per bravura della Ferrari non poteva più fare, e l’ha fatta quando tutto sembrava andare in un’altra direzione; oggi che è penta campione del mondo appare l’erede legittimo di quella specie di piloti. È attualmente il migliore e possiamo dirlo. 


Molti a ragione possono credere che arriverà ad eguagliare il suo prossimo inevitabile obiettivo Michael Schumacher nei titoli e nelle vittorie (difficile ma non più impossibile). Diventare il più titolato di sempre. Ma la storia di Lewis è molto diversa da quella del tedesco, il quale prima di quella striscia di record in Ferrari, ha provato sulla sua pelle immense delusioni, per 4 anni pur essendo di gran lunga il migliore della sua epoca non ha mollato per cercare fortuna altrove, passando per mille imprese e alla fine compiendo quello che resta un romanzo della F1. 

Questo solo per dire che se c’è una cosa che manca a un “pensatore” come lui, è passare per quel tipo di “sofferenza” e poi riuscire a farcela dove quasi tutti hanno fallito e falliranno, inestimabile. Lui che non ama vincere facile, sono convinto che vorrebbe quella consacrazione. 


Lo sconfitto. 

“I feel empty” così Sebastian Vettel a caldo; la sua faccia, né stanca né arrabbiata, è sembrata solo quella di una persona inerme e delusa, a cui va reso merito la grande signorilità e lucidità di complimentarsi e rilanciare la sfida al campione inglese. 

La “sofferenza” di cui parlavo sopra è proprio quella che sta attraversando il tedesco, al 4’ anno in Ferrari. È chiaro che gli errori a ripetizione sono troppo anche per un’annata storta, ha sentito su se stesso tutto il macigno di chi guida la rossa (ancor di più quando è davvero competitiva). Per lui in un certo senso oggi ha inizio un nuovo capitolo, prepararsi al prossimo anno, quando avrà un nuovo compagno di squadra senza dubbio meno facile da “gestire mentalmente”, un’ incognita da cui deriveranno scenari opposti, il ripetersi di un anno tipo RedBull, oppure battere tutti, compagno e avversari. Vettel non vorrebbe mai lasciare la Ferrari senza il titolo, piuttosto il ritiro. Di questo sono convinto.

Autore: Giuliano Gemma (@GiulyDuchessa)

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